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I cognomi in Sardegna : tutti forniti di appropriato significato etimologico / Iosto Miglior

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Livello bibliografico
Monografia
Tipo documento
Testo
Autore principale
Miglior, Iosto
Titolo
I cognomi in Sardegna : tutti forniti di appropriato significato etimologico / Iosto Miglior
Pubblicazione
Cagliari : Tipografia TEA, c1989
Descrizione fisica
134 p. ; 24 cm.
Nomi
Lingua di pubblicazione
ITALIANO
Paese di pubblicazione
ITALIA
Codice identificativo SBN
Collocazione
IT\ICCU\CAG\0026375
Ulassai

Questa una breve ma intensa descrizione di Iosto Miglior, tratta da un post Facebook del 14 settembre  2020 scritto da Nino Melis e postato sul gruppo “Jerzu” da Renato d’Ascanio Ticca:

JOSTO MIGLIOR – Patriarca jerzese della viticoltura eroica.
«Affacciato al balcone della casa padronale, potevo ammirar e un’immensa distesa verde di vigneti ben curati. Mi sentivo orgoglioso e soddisfatto». La frase è tratta dall’ intervista rilasciata dal dottor Josto Miglior all’età di 96 anni. L’intervista era stata curata da me per Telesardegna.
I toni idilliaci di quella dichiarazione avrebbero sorpreso chiunque ha conosciuto il dottor Miglior come un personaggio austero, di poche parole , con la battuta caustica sempre pronta all’occasione, spesso pronunciata in dialetto jerzese. Questo modo di esprimersi si intonava perfettamente con il viso scavato, il sorriso sospeso tra lo scettico e l’ironico, il fisico asciutto e l’incedere pacato e signorile. A Jerzu era considerato da tutti come un patriarca, in virtù dei meriti acquisiti come medico condotto di lungo corso, di viticoltore d’avanguardia e, infine, di fondatore e presidente della cantina sociale Antichi Poderi.
A seguito di quella prima intervista, ho avuto modo di sentire il dottor Miglior ancora per diverse volte.. Nelle visite all’appartamento di via Rokfeller a Cagliari dove Josto viveva, ero spesso accompagnato dall’amico Piero Carta che è stato anche sindaco di Jerzu.
Alla fine mi sono convinto che l’atteggiamento burbero con cui il dottor Miglior si presentava in prima istanza alla gente del suo paese costituisse una sorta di scudo a protezione del travaglio interiore in cui era costretto ad operare un giovane medico fresco di studi presso l’Università di Bologna nel contesto di un paese appena uscito dal dramma della Prima Guerra Mondiale e dalla pandemia della Spagnola.
Nel primo dopoguerra non c’erano ospedali né specialisti in un raggio di decine di chilometri, né attrezzature mediche facilmente accessibili per effettuare analisi o radiografie. Così che il dottor Miglior si trovava spesso a dover assumere decisioni cruciali per i pazienti, tali da comportare la vita o la morte per l’operaio vittima di un grave infortunio o per la donna alle prese con un parto rischioso per lei o per il nascituro. O per entrambi.

«Quando ho iniziato l’attività di medico condotto- era solito raccontare Josto Miglior- ho trovato il paese in uno stato miserevole, sia da un punto di vista sanitario che sociale. Era molto diffusa l’epilessia ma ero riuscito a farmi arrivare da Bologna un farmaco innovativo ed efficace chiamato Luminal» .

Per il resto doveva cavarsela da solo ricoprendo tutti i ruoli del medico specialista: dall’ostetrico al gastroenterologo, dall’ortopedico al dentista. I giovani medici subentrati alla guida dell’ambulatorio jerzese sono stati concordi nel riconoscere a Josto Miglior una capacità di auto aggiornamento impensabile per un medico di quella generazione.
Il tempo libero conquistato con la pensione aveva invece consentito al dottor Miglior di coltivare la sua passione di ricercatore di toponimi su Jerzu e dintorni (aveva pubblicato due libri sull’argomento) e, ancora di più, il ruolo di ‘’patriarca dei vigneti’. Con la conseguenza di affinare le proprie capacità relazionali, pur senza mai perdere il gusto per la battuta caustica e per l’ironia.
Ricordo ancora la festa per i cento anni del patriarca jerzese, tenuta a Cagliari presso il Cesar Hotel. Il ricevimento era affollato da personaggi del mondo politico, scientifico e imprenditoriale giunti da tutta l’isola dove Josto era conosciuto ed apprezzato. Ad un certo punto il festeggiato si era avvicinato alla pattuglia dei concittadini invitati all’evento e aveva sussurrato con un fare da cospiratore: «Per le interviste e il pranzo, quello riservato, l’appuntamento è dopo le 14,30 a casa mia, in via Rokfeller. Andateci piano con i salatini e tenetevi l’appetito». Il neo centenario ignorava che noi fossimo già a conoscenza del menù fuori programma. Era stato preparato a Jerzu dal cavalier Alfredo Contu, altro patriarca del paese del Cannonau, ristoratore raffinato nonché grande amico del medico centenario. Il menù consisteva in cento grive e cento culurgionis disposti con cura certosina sui cinque piani di un porta -torte nuziali in versione extra large.
Aneddoti a parte, Josto Miglior aveva esercitato il ruolo decisivo di garante, insieme al commerciante Michele Racugno, per consentire la nascita della Cantina Sociale. Durante le numerose interviste rilasciate prima della festa per i cento anni, il dottor Miglior aveva ricordato la preoccupazione crescente che si era creata in paese tra i viticoltori in conseguenza della sovraproduzione di uva e della concomitante crisi del mercato vinicolo con il crollo dei prezzi al produttore. La nascita della Cantina Sociale appariva ormai improrogabile agli occhi di un manipolo di produttori illuminati .

«Anche se dovevamo fare i conti – aveva aggiunto il dottore Miglior in tono sibillino – con un gruppo contrario di commercianti che operava in ambito regionale ma che poteva contare su un certo numero di collaboratori anche a Jerzu. Era un gruppo potente e determinato ad ostacolare la nascita della cantina con ogni mezzo legittimo».

A gettare un raggio di luce su quel periodo travagliato, contrassegnato da intrighi politici e da episodi di ‘’diplomazia clandestina‘’ ci avrebbe pensato in seguito Antonino Demurtas, un altro degli otto soci fondatori della cantina jerzese. «Siccome eravamo costantemente spiati – comincia il racconto di Demurtas – avevamo deciso di darci appuntamento nell’ambulatorio del dottor Miglior. Fingendo qualche acciacco, ci confondevamo con i malati veri nell’attesa di essere visitati. Appena uscito l’ ultimo paziente, la chiusura del portone d’ingresso segnava l’apertura della riunione clandestina.

Una volta realizzata la Cantina e avviata con successo l’attività di vinificazione delle uve – aveva concluso il socio fondatore con una punta di ironia – la situazione si era completamente ribaltata . Il dottor Miglior era costretto a trascorrere un tempo crescente negli uffici della cantina per assolvere i suoi compiti di presidente. Per cui erano i suoi pazienti a doversi recare in cantina per un consulto o una prescrizione urgente dopo l’orario di chiusura dell’ambulatorio».
La Nemesi aveva promosso Josto Miglior a ‘’medico curante di vigneti e di vignaioli’’.

 

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